La terra dei profumi

( Foto tesoridoriente.net)
 
A seguito della notizia che abbiamo rilanciato da questo sito, inerente il ritrovamento a Delta del Nilo di un villaggio del periodo Tolemaico con annessa una fabbrica di profumi, ci siamo dati lo spunto per trattare un argomento che sicuramente sarà apprezzato da molte lettrici. Il tema del profumo, e della bellezza in genere, come antica arma di seduzione, è sempre un tema accattivante; e lo è ancora di più se a trattarlo è una profonda conoscitrice del mondo egizio, che tramite questa rubrica abbiamo avuto modo di conoscere.
 
I profumi con le loro molteplici sfaccettature olfattive, hanno la capacità di far viaggiare le nostre menti…una magia che trova eguali solo nella musica. Chiudendo gli occhi e odorando particolari essenze potremmo trovarci in un mondo affascinante, antico e moderno insieme, riconosciuto come la culla della storia del profumo: viaggiamo insieme verso l’antico Egitto, la terra dei profumi.
 
 
Risalgono alla terra d’Egitto le più antiche testimonianze della produzione di profumi ed unguenti del mondo antico. Sembra che la bravura dei profumieri egizi fosse tale che le essenze prodotte venissero usate come merce di scambio nei commerci con i paesi confinanti. La contrapposizione fra il Nilo, simbolo indiscusso di fertilità, ed il deserto, sinonimo di morte ed aridità, ha fatto sì che si sviluppassero particolari usanze e credenze. Forse, nessun popolo dell’antichità era così ossessionato dalla fugacità della vita come gli antichi Egizi; forse, nessuno apprezzava a tal punto gli agi ed i piaceri della vita da volerli portare con sé anche nell’Aldilà…all’infinito. Proprio questo concetto di dualità dell’esistenza ha fatto in modo che nell’antico egitto nascesse un particolare culto dei morti, improntato principalmente alla conservazione del corpo del defunto; infatti, solo se i resti rimanevano intatti l’anima poteva risorgere nell’Aldilà. Gli Egizi scoprirono allora le proprietà conservative ed antibatteriche di resine e spezie; nacque così la pratica più nota e caratteristica della civiltà egizia: la mummificazione. Secondo Erodoto, gli imbalsamatori denudavano il defunto, lo disponevano verso sud e, con l’aiuto di un ferro ricurvo nella narice destra, estraevano il cervello; a questo punto, un altro operatore praticava un incisione nel costato per estrarre polmoni, intestino, fegato e stomaco che venivano conservati nei vasi canopi. Solo il cuore, sede dell’anima, veniva lasciato all’interno. Il corpo, veniva poi immerso per settanta giorni nel natron, una soluzione salina che disidratava i tessuti. Trascorso il tempo necessario, gli imbalsamatori lavavano la cavità con olio di palma, la riempivano con mirra e cannella e la ricucivano; il corpo, spalmato di resine ed olio di cedro, veniva avvolto in lunghissime bende impregnate di olio di resina. Gli antichi egizi credevano che profumi ed unguenti avessero la capacità di far risorgere l’anima: il profumo trionfa sulla morte e rappresenta l’anima divina del Faraone.
 
Il termine “profumo” deriva dal latino per fumum, che significa “attraverso il fumo”; quando gli oli e gli aromi essenziali venivano bruciati, i loro fumi salivano verso il cielo, facendo da ponte fra le divinità e gli uomini. Ecco perché, nell’affollato pantheon egizio non poteva mancare Nefertum, divinità protettrice dei produttori di profumi. Proprio perché le essenze erano considerate qualcosa di sacro, solo i sacerdoti inizialmente potevano maneggiarle, profumando le statue delle divinità, così da assicurarsi la loro protezione. I santuari più importanti, inoltre, erano affiancati da locali per la produzione di profumi ed unguenti. Nei suoi scritti Plinio annoverava l’Egitto fra i più grandi produttori di unguenti e pomate, conservate in vasetti in alabastro, ceramica o vetro e decorate con pezzi di pietre colorate. I profumieri non conoscevano la distillazione e, perciò, i profumi non erano a base d’alcol, ma la tecnica più utilizzata era la macerazione: questa prevedeva l'immersione di fiori, erbe e frutti in grassi od oli; fiori e frutti venivano poi pestati con dell'olio e il tutto mescolato e mantenuto al caldo sul fuoco. Una volta realizzati, unguenti e trucchi venivano mantenuti, proprio come scriveva Plinio, in vasetti decorati con motivi geometrici, in alabastro, vetro o ceramica. Nei vari musei del mondo possiamo trovare vasi per khol, scatole per unguenti, cucchiai da belletto che dimostrano come, con il trascorrere del tempo, dai templi i profumi abbiano in seguito permeato ogni aspetto della società egizia, dall’igiene al benessere del corpo fino all’antica arte della seduzione. Non possiamo non ricordare il cofanetto da toeletta di Merit, moglie dell’architetto Kha, conservato al Museo Egizio di Torino; dotato di due coperchi, contiene vasetti di varia fattura, alcuni realizzati in “faience”, altri in alabastro all’interno dei quali sono ancora presenti dei residui di sostanze cosmetiche.
 
(Foto www.lastampa.it)
 
Gli Egizi avevano le competenze necessarie per poter sfruttare le proprietà di piante e minerali, ricavandone vari tipi di essenze profumate da utilizzare per la cura del proprio corpo, non solo a scopo estetico, ma anche per motivi igienici e medici.
Il natron, se impastato con miele e uva poteva essere offerto agli dei in segno di devozione o bruciato per purificare un'abitazione; invece, se masticato veniva utilizzato dagli Egizi per avere un'ottima igiene orale e profumare l'alito. Gli abitanti della terra del Nilo avevano un vero e proprio culto per il corpo e chiunque, dal Faraone agli schiavi, metteva in atto quotidianamente accurate pratiche igieniche. Dopo essersi lavate le donne usavano oli estratti dalla mandorla, dal sesamo o dall’oliva per rendere più morbida la pelle e, soprattutto, per proteggersi dagli effetti nocivi del sole. Per mantenere l’elasticità aggiungevano anche resine balsamiche come il cedro, il cipresso e la mirra; usavano, inoltre, acque di fiori profumate alla rosa, alla violetta, al giglio, al loto e alla ninfea.
Le donne più ricche si facevano massaggiare dalle schiave con una pomata alla rosa o un unguento a base di mandorla dolce, miele, vino aromatico, resine e cannella. A questo punto, si procedeva con il trucco, un’altra arte nella quale sembra fossero molto esperte; sulle palpebre veniva utilizzata una polvere nera, ricavata dalla galena ed una verde, ottenuta dalla malachite, che avevano l’importante scopo di proteggere gli occhi dalle infezioni, comuni nei paesi africani. Anche il kohl, polvere composta principalmente di galena, malachite, antimonio e grasso animale, usata per allungare la linea dell’occhio (come fosse un antico eye-liner), esercitava un’azione antisettica proteggendo gli occhi e riunendo insieme la duplice funzione estetica ed antibatterica. Anche per la tintura di capelli e unghie si usava un prodotto terapeutico: l’henné, dalle note virtù antimicotiche, antibatteriche e astringenti, efficace contro dermatite e seborrea. Ricavato da un arbusto spinoso, i suoi rami, essiccati e polverizzati, fornivano un pigmento di colore rossastro, mentre le foglie ne producevano uno marrone.
 
(Foto sharmegitto.wordpress)
 
Durante i banchetti e le cerimonie gli Egizi avevano l’abitudine di mettere sulle proprie acconciature dei piccoli blocchi di colore bianco, che contenevano sostanze grasse ed aromatiche; con il calore questi coni si scioglievano, sprigionando così un gradevole aroma sui capelli, sulla pelle e sugli abiti. Il profumo più usato ed amato dai Faraoni era il Kyphi, fragranza dalle rinomate proprietà rilassanti e lenitive, capace di conciliare il sonno. Plutarco, nella sua opera "De Iside et Osiride", scrive: "Il kyphi è una mistura composta da sedici ingredienti: miele, vino, uva passa, cipero, resina, mirra, aspalato, seseli, e poi lentisco, bitume, stramonio e lapazio; a questi si aggiungono i due tipi di ginepro, quello chiamato grosso e quello piccolo, il cardamomo e la cannella. Questa mescolanza non è fatta così come capita, ma eseguita dai profumieri secondo le precise indicazioni delle sacre scritture”. Utilizzato come balsamo ed unguento, sembra che il Kyphi venisse applicato sia sui capelli, che nelle parti intime per migliorare la vita sessuale; nell’antico Egitto, infatti, la seduzione e il sesso erano considerati una promessa di rinascita. Il recente annuncio sulla scoperta di una fabbrica di profumi nel Delta del Nilo ci ha permesso di esplorare un nuovo capitolo della cultura egizia; gli abitanti della terra d’Egitto erano famosi profumieri che utilizzavano piante provenienti dalle oasi, dal Fayoum e dalla mitica terra di Punt per produrre essenze usate poi da persone appartenenti a tutti i ceti sociali. In 4.000 anni di storia, la grande conoscenza che gli Egizi avevano delle proprietà mediche ed estetiche di profumi ed unguenti, nonché l’importanza che conferivano all’igiene progredirono al punto che, nelle loro città, organizzarono addirittura i primi bagni pubblici; questo sistema verrà adottato poi da Greci e Romani nella costruzione delle terme.Gli Egizi possono essere così considerati dei veri e propri pionieri degli igienisti precorrendo, ancora una volta, le abitudini future.
 
Elena Cappannella
 
 

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