Un tesoro sotto le acque del Mediterraneo

(Foto Millenialsofficial.com)
 
E’ il 280 a.C. e i cittadini di Alessandria d’Egitto accorrono ad un evento unico, senza precedenti:
l’inaugurazione di una costruzione immensa e meravigliosa, bianca come le pietre con le quali è
stata costruita. Una delle realizzazioni più efficaci della tecnologia ellenica fu rasa al suolo da due terremoti e, da allora, se ne perse ogni traccia.
 
“Sostrato di Cnido, figlio di Desifo,
dedicò quest’opera agli Dei Salvatori,
da parte di coloro che navigano i mari”
(Iscrizione dedicatoria)
 
Nel 1994 il Centro di studi alessandrini effettuò delle ricerche subacquee tra le rovine sommerse della fortezza di Qaitbay, zona nella quale si diceva sorgesse Alessandria, l’antica città dell’Egitto ellenico   fondata   da  Alessandro  Magno.   Dopo   vari   tentativi   andati   a   vuoto,   vennero   finalmente individuati, e portati alla luce, degli enormi blocchi di pietra, resti di una struttura gigantesca, oltre ogni aspettativa.
Una domanda tormenta ora i ricercatori: che edificio sarebbe mai potuto essere? 280 a.C. I cittadini di Alessandria d’Egitto si stanno riunendo sull’isola di Pharos per assistere ad una cerimonia senza precedenti. In quegli anni, il commercio marittimo era in forte espansione, ma i fiorenti traffici commerciali erano resi pericolosi dai numerosi banchi di sabbia, presenti nei tratti di mare di fronte al grande porto di Alessandria. Fu per rendere più sicuri i naviganti che Tolomeo ISotere ordinò all’architetto Sostrato di Cnido l’ambiziosa costruzione di una struttura gigantesca:  il faro di Alessandria. 

All’inaugurazione,   circa   quindici   anni   dopo,   i   cittadini   si   trovarono   di   fronte   ad   un’imponente
opera, alta all’incirca 134 metri, una delle più alte dell’epoca. Il faro di Alessandria risulterà essere una delle strutture più longeve dell’antichità e diversi racconti permettono di avere un’idea abbastanza precisa del suo aspetto. I marinai, che si avvicinavano al porto di Alessandria d’Egitto, venivano accolti da una bianca
costruzione in pietra, probabilmente in calcare o marmo levigato. Era costituito da tre parti: un alto basamento   quadrangolare,   che   ospitava   le   stanze   degli   addetti   e   le   rampe   per   il   trasporto   del combustibile. Sopra a questo, una torre ottagonale e, infine, una costruzione cilindrica. Sopra al tetto, infine, si ergeva una statua di Poseidone con il tridente.Fu il suo funzionamento, però, che divenne senza dubbio il simbolo dell’ingegno e della tecnologia ellenica; durante il giorno, speciali specchi concavi di bronzo lucidati riflettevano la luce del sole, regolandone la direzione ed amplificandone la potenza. Di notte, la presenza del faro era indicata accendendo dei fuochi. Il faro di Alessandria rimase in attività per sedici secoli, anche sotto il dominio arabo, e fu il protagonista di numerosi scritti e racconti di viaggiatori. Purtroppo, però, Alessandria d’Egitto non aveva  più la  stessa  importanza  di  un tempo  e,  con lei,  il  faro.  Nel 1303  e  nel  1323 due  forti terremoti   segnarono   fortemente   la   struttura   lasciando,   di   una   delle   costruzioni   più   importanti dell’antichità, solo rovine. Quando nel 1480 il Sultano d’Egitto Qaitbay decise di fortificare la difesa di Alessandria con i resti dell’imponente struttura, del faro si perse ogni traccia.Fino al 1994, quando un gruppo di ricercatori ritrovò, sotto le acque del Mediterraneo, alcuni resti di quello che divenne una guida per i marinai e che, anni dopo, venne annoverato fra le sette meraviglie del mondo antico: il faro di Alessandria.

Elena Cappannella 
 

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