Scioperi di ieri e di oggi: la libertà di protesta è ancora un diritto?

 
(Papiro dello sciopero - Museo Egizio Torino - Foto LaStampa)
 
Nell’antico egitto i lavoratori erano molto apprezzati in società e beneficiavano, come ai giorni nostri, di un contratto di lavoro che stabiliva, in base alle competenze, paga e diritti. Anche eventuali proteste venivano tenute in considerazione ed ascoltate. La rubrica di Egittologia “Tesori Sotto La Sabbia” torna per mettere a confronto i lavoratori di ieri e di oggi e i loro diritti. 
La cultura dell’antico egitto colpisce e rapisce gli appassionati per la sua estrema modernità in molti aspetti della vita sociale: a partire dalla medicina, dal ruolo delle donne in società fino ad arrivare ai diritti concessi ai lavoratori. Fra loro gli artigiani, veri e propri operai specializzati, erano tenuti in grande considerazione; gli addetti alla costruzione delle tombe nella Valle dei Re, per esempio, alloggiavano addirittura in un villaggio costruito apposta per loro: Deir el-Medina. Questi artigiani, divisi in due squadre, avevano un contratto di lavoro che prevedeva otto ore al giorno per otto giorni consecutivi. Il nono ed il decimo giorno, invece, avevano diritto a due giorni di riposo per stare in famiglia; come ai giorni nostri, inoltre, erano liberi anche durante le grandi festività. Gli artigiani venivano pagati ogni mese in natura con grano, orzo, pesce o verdura. Chiaramente, estremamente importante era la puntualità nella consegna delle provviste.
 
Puntualità che venne a mancare durante il regno di Ramses III, periodo di grande crisi che porterà poi al Terzo Periodo Intermedio. Questo ritardo nella consegna dei rifornimenti costrinse i lavoratori ad occupare i templi di Thutmosis III, Horemeb e Ramses II, organizzando quello che verrà conosciuto come il primo sciopero della storia, più di tremila anni fa. “Sono già trascorsi 18 giorni in questo mese e abbiamo fame! […] Non ci sono abiti, unguenti, pesci e verdura. Avvertite il faraone, il nostro Signore Prefetto, avvertite il Visir, nostro superiore, cosicché ci sia dato il nostro sostentamento.” Questo brano è uno stralcio del cosiddetto “Papiro dello Sciopero”, conservato al Museo Egizio di Torino, scritto dallo scriba Amennakhet; il papiro riporta tutte le proteste che caratterizzarono il 29esimo anno di regno del faraone Ramses III. I funzionari cercarono di “calmare le acque” consegnando ai lavoratori qualche sacco di grano. Qualche tempo dopo, però, i lavoratori occuparono il recinto del tempio di Merenptah, per parlare con il Sindaco di Tebe. In questo caso sembra che il problema non fosse un ritardo negli approvvigionamenti, ma lo scopo era quello di denunciare dei furti avvenuti in alcune tombe della Valle dei Re, tra cui quella dei figli di Ramses. Quindi, anticipando tutti i tempi, gli antichi Egizi si sentivano liberi di protestare sia per affermare i propri diritti che per il bene della società. E le proteste non solo non venivano ignorate ma, con grande modernità trattandosi di una civiltà di tremila anni fa, non venivano nemmeno represse con violenza. 
 
(Foto dizionaripiù.zanichelli) 
 
I discendenti degli antichi Egizi avranno ereditato tutto questo dai loro avi?
Purtroppo, l’invasione di Persiani, Greci, Romani ed islamici ha comportato un cambiamento nel paese, che lo ha condotto, infine, alla dittatura di Mubarak. Fino al 2011, quando gli egiziani organizzarono una vera e propria rivoluzione, passata alla storia come “Primavera araba”, che rovesciò la dittatura. La speranza tornò nel paese e si assistette “alla nascita di centinaia di nuovi sindacati, un vero e proprio movimento, di cui il CTUWS (Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati) è stato fra i protagonisti, attraverso la sua attività di supporto e formazione”, scrive Antonio Drius in un articolo del 14 gennaio 2016.
 
(Giulio Regeni)

Antonio Drius, pseudonimo di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato ed ucciso in Egitto nel febbraio del 2016; un omicidio ancora senza risposte sia sulle motivazioni che sui responsabili. Regeni andò in Egitto subito dopo la rivoluzione e assistette alle speranze infrante del popolo egiziano. Infatti, anni dopo la “Primavera araba”, il paese è governato dall’ex generale al-Sisi che ha instaurato una nuova dittatura; oggi, gli scioperi sono vietati e sembra che chi protesta o sia anche solo sospettato di organizzare scioperi contro il potere venga arrestato. Per esempio, l’attivista Amal Fathy, sostenitrice della famiglia Regeni, è detenuta dal maggio 2018 nel carcere di maxi sicurezza in Egitto, perché sembra incitasse a rovesciare il governo egiziano. Regeni, in Egitto, si interessava proprio delle condizioni dei lavoratori e sembra avesse diversi contatti con i sindacati nati dopo la rivoluzione del 2011 che, con il regime di al-Sisi, stavano attraversando un periodo molto difficile. “Al-Sisi ha ottenuto il controllo del Parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese”, scrive ancora il ricercatore italiano nell’articolo del febbraio 2016, “mentre l’Egitto è in coda a tutte le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa. Eppure i sindacati non demordono.” Anche se separati fra loro, questi scioperi secondo Regeni sono molto importanti, perché “in un contesto autoritario e repressivo come quello dell’Egitto dell’ex generale al-Sisi, il semplice fatto che vi siano iniziative popolari e spontanee che rompono il muro della paura rappresenta di per sé una spinta importante per il cambiamento.” Poco tempo dopo aver scritto questo articolo Giulio Regeni sparì per poi venir ritrovato, senza vita, il 3 febbraio nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Generalmente, si spera che il passato sia d’insegnamento alle generazioni future: dopo lo sciopero di 3500 anni fa, sembra che nessuno sia stato punito per le proteste e per aver dettato condizioni al faraone, che così è ben lontano dall’essere il despota spietato come, a volte, viene descritto. Oggi, purtroppo, sembra non si possa dire la stessa cosa.
 
Elena Cappannella
 

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