Le feste nell'antico egitto, ricorrenze pubbliche e religiose

Fin dall’antichità, gli Egizi festeggiavano particolari ricorrenze sia pubbliche che religiose con grandi cerimonie, caratterizzate da tanta musica che animava ogni aspetto della vita quotidiana.
In questo magico periodo facciamo un viaggio nel passato, nell’antico Egitto in festa e, con l’occasione, vi auguriamo: buone Feste!


Gli antichi Egizi distinguevano le feste in “astronomiche” e quelle “dei tempi dell’anno”: le prime erano connesse ai movimenti lunari e stellari le altre, legate alle stagioni, erano proprie delle singole divinità.
Di quelle astronomiche faceva parte la “festa del sorgere eliaco di Sirio”, importante cerimonia che precedeva l’inizio dell’inondazione del Nilo. Una festa popolare, in onore della dea Hathor e celebrata ogni anno nel primo mese d’inondazione, faceva parte invece delle feste dei tempi dell’anno; durante la cerimonia, la statua della dea veniva portata in processione da Tentyris (l'odierna Denderah) verso il santuario di Horus a Djebat, oggi Edfu. In contemporanea, anche la statua del dio (attribuitole come sposo) veniva portata verso Hathor, perché si incontrassero; i relativi festeggiamenti potevano durare addirittura tredici giorni. Anche in onore del toro Apis avevano luogo grandi celebrazioni; era un grande toro nero con macchie bianche che, se raffiguranti una mezzaluna sul fianco e un triangolo bianco sulla fronte, erano considerate segni sacri. L’animale, perciò, veniva tenuto in un cortile del santuario di Ptah a Menfi, uscendo solo durante particolari festeggiamenti.
Una delle più importanti feste dei tempi dell’anno era sicuramente la festa di Opet, dedicata al dio Amon, divinità di Tebe dalla forma di ariete, il cui nome significava “il nascosto”. Durante la festa di Opet la triade tebana, composta dalle statue di Amon, la sposa Mut ed il figlio Khonsu, veniva portata dal tempio di Karnak a Luxor, in un santuario costruito proprio per questa celebrazione. In origine, la festa durava circa undici giorni anche se, da alcune testimonianze, sembra che nel Nuovo Regno ne durasse ben ventisette.
I festeggiamenti iniziavano il quindicesimo giorno del secondo mese della stagione dell’inondazione (chiamata “Akhet”); gli studiosi sono concordi nell’affermare che corrispondeva al periodo in cui il Nilo raggiungeva la sua massima altezza. L’inondazione era una caratteristica fondamentale della festa, in quanto le statue della triade tebana erano poste su una barca sacra, addobbata con simboli regali e ventagli processionali.
La cerimonia iniziava con l’ingresso del faraone all’interno del santuario di Karnak, dove si trovava la statua di Amon alla quale, secondo il rituale, venivano offerti alimenti e libagioni. Si formava poi un corteo delle barche con le divinità, portate in spalla dai sacerdoti, seguite da quella del sovrano; il tutto era preceduto da altri sacerdoti che purificavano il suolo e l'aria, agitando i flabelli per allontanare magie infauste. Lentamente, si raggiungeva il pontile dove le barche sacre venivano poste sulla barca fluviale di Amon, chiamata “Userhat”, dotata di remi (e rematori) ed adatta alla navigazione.
In contemporanea alla corte fluviale, lungo la riva si avviava anche una processione di soldati, danzatori e sacerdotesse; nell’aria riecheggiava il suono dei tamburi, dei sistri e il canto del popolo per ringraziare gli dei. Le divinità dovevano anche ricevere offerte: ecco spiegata la presenza, lungo il tragitto tra Karnak e Luxor, di mattatoi e tempietti votivi.
Giunte a destinazione le statue venivano deposte nel naos. La cerimonia terminava all’interno della “Camera della nascita”, rinnovando il “mistero del concepimento divino”, durante il quale si rigenerava il ka del sovrano; quest’ultimo era così legittimato a governare. Infine, il faraone usciva dal tempio per ritornare a Karnak, riconfermato nella sua origine divina e adorno di gloria immortale.

La festa di Opet era molto importante perché permetteva al popolo, che normalmente non aveva accesso al tempio, di vedere ed adorare direttamente le divinità. Solo quando le statue erano fuori dal tempio, gli Egizi potevano consultarle come oracoli, le cui risposte erano percepite in base all’oscillazione che esse avevano.
Ovviamente, c’erano anche grandi festeggiamenti per l’incoronazione di un nuovo faraone e, se quest’ultimo regnava almeno trent’anni, si teneva la cosiddetta festa Sed (o “Heb Sed”), il cui sfarzo doveva essere immenso. Questa cerimonia deve il suo nome alla coda di un toro (chiamata appunto dagli antichi Egizi “sed”), che faceva parte anche dell'abbigliamento regale; si ritiene che questa festa derivasse dalla preistorica usanza di condannare a morte il sovrano quando considerato troppo vecchio per regnare. Infatti, incarnando il suo Regno, tutto ciò che riguardava il re, compresa la sua debolezza e i suoi mali, si sarebbero riflessi sull’intera comunità. Un altro motivo che spingeva a questa particolare pratica era l’impossibilità fisica, per un sovrano troppo vecchio, di reggere lo Stato.
Dalle origini preistoriche, questo rituale si è evoluto fino a diventare un vero e proprio giubileo, che si svolgeva nel trentesimo anno di regno. Dallo studio di reperti archeologici sembra che le celebrazioni, composte da complessi riti di “rinvigorimento”, durassero almeno due mesi. Praticata in appositi luoghi sacri, la cerimonia era suddivisa in tre fasi. Il sovrano vestiva il caratteristico abito bianco che lo fasciava completamente, tipico del dio Osiride; il legame con questa divinità è anche confermato dall’idea di rigenerazione fisica e spirituale.

Nella prima fase si ripeteva il rito della consegna delle corone dell’Alto e del Basso Egitto, mentre il faraone sedeva alternativamente su due troni. Ecco ora il sovrano che, finalmente rinvigorito, era di nuovo pronto a regnare. La seconda fase della festa vedeva la diretta partecipazione della Sposa Reale, che aveva un ruolo importante nella trasmissione del potere, e dei figli, simbolo della continuazione della dinastia. La terza e ultima fase della cerimonia prevedeva l’erezione del pilastro djed, simbolo della spina dorsale di Osiride. Con questo gesto si rappresentava la stabilità del regno e il Faraone si ingraziava la protezione del dio per il futuro. A dimostrazione della forza fisica acquisita, il re compiva una particolare corsa rituale, seguita da una processione per omaggiare le principali divinità del paese che riposavano in apposite cappelle.
Uno degli scopi della festa era quello di impressionare il popolo, convincendolo della rigenerazione del sovrano; quindi, veniva allestito il più sfarzoso e solenne giubileo, come testimoniato da reperti che mostrano grandi processioni, araldi che portano stendardi e abbondanti offerte. Dopo la prima festa Sed, questa cerimonia veniva ripetuta all’incirca ogni tre anni e alcuni faraoni ebbero l’occasione di ripeterla più volte: clamoroso fu sicuramente Ramses II che, in 64 anni sul trono d’Egitto, celebrò ben quattordici “Heb Sed”.

Alcune feste egiziane attuali ricordano quelle del passato: per esempio, quella celebrata a Luxor in onore di un santo musulmano prevede una processione di feluche guidate dai fedeli. Una di queste arriva fino al tempio come la barca “Userhat” di Amon, riecheggiando così l’antica festa di Opet.
La conoscenza di usi e costumi delle antiche civiltà, come quella egizia, permette ad ognuno di noi di comprendere realmente l’origine della nostra cultura e, tramite questa, le nostre stesse origini.

Elena Cappannella

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